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Category Archive RIFLESSIONI

Santa Pasqua 2021, tanti auguri e qualche considerazione

La Santa Pasqua è il momento in cui la natura umana si scontra con la sua paura maggiore, quella  della morte e con la sua Speranza più grande, la Resurrezione. O meglio, la possibilità che non tutto finisca quando apparentemente tutto è finito.

È stato certamente un anno particolarmente difficile. Esattamente un anno fa tutti eravamo chiusi, barricati in casa. Chi poteva uscire, per motivi strettamente necessari, aveva il terrore di farlo. Abbiamo consumato prodotti, pensato, qualcuno ha cantato per esorcizzare la paura. Soprattutto tanti, troppi, sono stati vinti. E tanti strascichi sono rimasti in chi è sopravvissuto.

La Santa Pasqua, per molti di noi, quest’anno ha un “retrogusto” diverso. Ancor di più degli altri anni. Forse si consumeranno meno uova di cioccolato e meno colombe con glassa, mi auguro anche meno agnellini. Però quella che è apparsa come una iattura mondiale si è rivelato un boomerang. Sempre più persone vedo si rivolgono a Dio, a Cristo in Croce, in quella Croce di dolore e morte che tanto vicina sentiamo in questo periodo buio. Non più buio di tanti altri periodi, ma forse buio per noi che non abbiamo vissuto gli orrori delle guerre mondiali, che cresciamo i figli senza che arrivino (quasi) a sbucciarsi le ginocchia. Tutto appare come insormontabile.

Ma nel cammino della Via Crucis, anche chi stava condannando Gesù ha chiesto a Simone di Cirene di aiutarlo a portare la Croce. Ecco. Questo significa, perché nel Vangelo OGNI  parola ha un preciso significato, che Dio non permette mai alla Croce di essere più pesante delle nostre spalle, delle nostre gambe, delle nostre forze. È dura, ma ce la faremo. Stavolta lo dico perché -malgrado tutto- ancora una volta, anche quest’anno la Santa Pasqua ci ricorda che Gesù è risorto.

Buona e Serena Santa Pasqua a tutti voi

Così Camilleri, col “metodo Catalanotti” uccise Montalbano

Andrea Camilleri, scomparso il 17 luglio 2019, uccide il suo personaggio con l’ultimo romanzo, raccontato nell’ultimo episodio della serie sul più famoso commissario della tv italiana, Salvo Montalbano. Camilleri lo uccide machiavellicamente. Salvo Montalbano è vivo, anzi come si dice spesso “è in rinascita” (perché una donna può esserlo e un uomo invece no?). Però quel Salvo Montalbano che ci eravamo abituati a conoscere non c’è più.

Camilleri uccide il mito che la sua penna ha creato, uccide l’eroe di generazioni di lettori e pubblico televisivo per restituire il suo Salvo alla dimensione di ogni essere umano. Non più degno di nota, non più degno di un romanzo.

Geniale Camilleri. Sapeva quanto la sua “ora” fosse vicina e ha così impedito a chiunque di continuare a scrivere del suo illustre “figlio” letterario. Muore Camilleri, muore Montalbano.

Uno stile quasi pirandelliano, e in fondo il “maestro” Andrea è pur sempre un agrigentino esattamente come Pirandello. Un siciliano, uno di quei siciliani, che sa come si possa uccidere senza ricorrere alla lupara, o a un più moderno mitra. Basta far crollare “il mito”.

Il resto lo ha fatto la serie tv, interpretata magistralmente da Luca Zingaretti e dagli altri co-protagonisti. Quel gioco di sguardi e di parole non dette, più di quelle dette. Oggi sui social serpeggia la delusione di tanti affezionati, tanti che da Montalbano s’aspettavano i fiori d’arancio con Livia. Così non è stato e pochi hanno fatto caso al resto dell’episodio. Pochi hanno notato come, ancora nel perfetto stile pirandelliano la storia principale, il metodo Catalanotti appunto, sia stata creata perché fosse invece il perfetto contorno alla “morte” di Montalbano. Tutto un gioco di cadaveri veri e finti, di un omicidio che omicidio non è, perché fu invece morte naturale. La sovrapposizione fra finzione e realtà, tra la vita reale e la recita che spesso diventa essa stessa vita reale. Perché in fondo siamo tutti “uno, nessuno e centomila”. Siamo maschere in un mondo che ci vuole e ci apprezza spesso solo quando appariamo come non siamo.

Non scrivo troppo in merito all’episodio, a beneficio di quanti non hanno letto il romanzo né visto la puntata. Ma il gioco usato da Camilleri è sottile e sfacciato. A tutti si mostra sin dalle prime battute come Salvo Montalbano stia per “morire”, o almeno come stia per morire metaforicamente il Montalbano che ci eravamo abituati a conoscere. Pochi lo capiscono.

Pochi comprendono che la morte del personaggio conosciuto inizia quando conosce la nuova dirigente pro-tempore della Polizia Scientifica e avvampato dai bollori di una vita in cui -forse- è stato sin troppo leale con tutti quanti lo conoscono inizia a trattar male anche i suoi amici e sottoposti, li butta fuori casa mentre insieme cenano perché sta per arrivare la sua nuova fiamma, mente a Mimì su una bottiglia di vino, lui che Mimì Augello ha sempre criticato per le sue avventure amorose extra coniugali. Mente loro spudoratamente anche mentre finge di indagare cercando in realtà soltanto di star vicino alla sua Antonia, ben interpretata da Greta Scarano. Eppure il primo cadavere ritrovato, proprio da Mimì Augello, si rivela essere un finto morto. Un indizio che Camilleri ha voluto dare ai suoi lettori: spesso la morte non è come ce la raccontano. Spesso è semplicemente l’inizio di una nuova vita. E poco importa se agli altri non piace.

Dicevo che Camilleri smonta il mito. E confermo. Fa di quel commissario integerrimo che mai avrebbe tradito i lettori e le vittime un uomo, un uomo che per una passione, forse l’ultima della sua vita tradisce la sua compagna storica, Livia (interpretata da Sonia Bergamasco), che sempre lo attende a Boccadasse, in terra ligure; tradisce, come detto, i suoi amici e colleghi, ma tradisce anche sé stesso, il suo essere poliziotto che mai potrebbe abbandonare al desiderio di giustizia le sue vittime. Nella sua dichiarazione d’amore ad Antonia infatti dice chiaramente che per lei, per stare con lei, sarà pronto a chiedere trasferimento, se necessario anche a lasciare la Polizia, tutto pur di star accanto a lei. Incurante anche di cosa volesse lei, la donna giovane tanto desiderata. Lei alla fine resta con lui, mentre il treno va via. Può sembrare una favola, è invece un dramma, una morte. Lei, Antonia, sceglie di scendere da quel treno (che è soprattutto metafora) per intraprendere la nuova vita con il “nuovo Salvo”. Un nuovo “Montalbano” di cui nessuno fra i lettori e gli spettatori, sentirà esigenza di avere notizia. Perché Montalbano, quello di sempre, è morto, ucciso dal “metodo Catalanotti”. Ucciso dal suo eterno papà, Andrea Camilleri.

Camilleri conclude così, descrive con le parole la scena vista, dedica versi a quel personaggio morto.

Parsiro non avirlo sintuto. Continuavano a taliarisi senza parlari. Stringennosi sempri cchiù forti le mano. Nisciuno dei dù sintiva la gana di lassari la presa.

Il treno accomenzò lentamenti a cataminarisi.

Loro non lo vittiro manco partiri.

Tutto ‘nzemmula s’attrovaro in un silenzio irreali, erano come chiusi dintra a ‘na bolla fora dallo spazio e fora dal tempo.

Lassaro la presa della baligia e di scatto s’attrovaro uno nelle vrazza dell’autro, in un abbrazzo convulso.

“E ora?” arriniscì ad addimannare Montalbano.

“Ora siamo qui”.

Il rogo che avvampò tutta notte

E che ti arse fino alla più fonda radice

Alla prima chiaria, si smorzò, perse impeto e vigoria,

mutò il suo rauco ruggire

in un balbettante crepitio.

Poi tacque, per sempre.

Era, lo sapevi, l’ultimo fuoco concessoti

dagli Dei nel tuo più che tardo autunno.

Non ce ne saranno altri.

Ma adesso basterà un Everest di cenere

Per seppellire questa manciata di braci

Che ancora si ostinano a bruciare?

“Era, lo sapevi, l’ultimo fuoco concessoti

dagli Dei nel tuo più che tardo autunno.”

Camilleri uccide Montalbano, l’autunno è ormai inoltrato. Nessuno sopravvive al mito se in fondo è -comunque- essere umano.

Luigi Asero

La giovane Livia, di alcune serie precedenti

Rosario Livatino e i suoi primi 30 anni di Santità


Non è ancora neanche Beato, non sappiamo se diventerà Santo. In fondo poco importa, nessuno si è posto questo problema per tanti altri andati incontro al martirio consapevoli di farlo solo ed esclusivamente per adempiere al proprio dovere. Ma fra i cristiani qualcuno potrebbe mai mettere in dubbio l’esistenza, il vissuto e l’essere Figlio di Dio di Gesù Cristo? No. Eppure al mondo c’è chi lo ritiene “invenzione”. Così è plausibile che dei Giusti possano non essere riconosciuti come Santi. E forse accade anche per persone che da Santi si comportano pur aderendo (magari solo per ragioni geografiche) a un differente Credo religioso. Penso per esempio a Gandhi.
Ecco, in questo giorno che sancisce la fine ufficiale dell’estate e che ci apre le porte all’autunno, 30 anni fa, ad Agrigento un Giusto veniva ucciso. Era un giudice. Uno di quelli che per giudicare prima pensava alla coscienza e al dover essere Credibile. Uno che di fronte ai tantissimi morti ammazzati di mafia invece di pensare “uno in meno e apriamo un fascicolo”, apriva il fascicolo e pregava per la loro anima mentre sul selciato attendevano che la Scientifica finisse i suoi doveri.
Aveva appena 38 anni e in una terra di mafia come è la nostra Sicilia (potete storcere il naso ma oltre a tante cose bellissime la Sicilia è anche terra di mafia), un Giusto nacque 38 anni prima a Canicattì, nella stessa provincia agrigentina che il 21 settembre 1990 lo vide cadere sotto i colpi di spietati killer.
Un Giusto per la cui morte paga anche un incolpevole testimone, un rappresentante del Nord Italia, di Lecco, che testimoniò subito e al quale la vita da quel giorno è cambiata. Ma che sa di aver fatto la cosa giusta consentendo la rapida cattura dei killer e la definizione di quel brutale omicidio di mafia. E questo gli dà la serenità, ogni giorno. Un nordico, in terra che tutti dicono essere invisa ai “nordici” e che invece lui ha aiutato per ciò che poteva fare: aiutare a far luce su un orribile delitto. E per me questo è il primo Miracolo intorno alla figura di quel Giudice Ragazzino, di appena 38 anni. Che la mafia, anzi la Stidda agrigentina, voleva mettere a tacere e che invece, 30 anni dopo, ancora ci parla e ci spiega. Innanzitutto che bisogna essere credibili agli occhi di Dio.
Quindi no, non commemoro. Ricordo con gratitudine a #RosarioLivatino questi primi 30 anni in Santità. In compagnia di altri Giusti come Paolo e Giovanni e migliaia di altri…

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