Andrea Camilleri, scomparso il 17 luglio 2019, uccide il suo personaggio con l’ultimo romanzo, raccontato nell’ultimo episodio della serie sul più famoso commissario della tv italiana, Salvo Montalbano. Camilleri lo uccide machiavellicamente. Salvo Montalbano è vivo, anzi come si dice spesso “è in rinascita” (perché una donna può esserlo e un uomo invece no?). Però quel Salvo Montalbano che ci eravamo abituati a conoscere non c’è più.

Camilleri uccide il mito che la sua penna ha creato, uccide l’eroe di generazioni di lettori e pubblico televisivo per restituire il suo Salvo alla dimensione di ogni essere umano. Non più degno di nota, non più degno di un romanzo.

Geniale Camilleri. Sapeva quanto la sua “ora” fosse vicina e ha così impedito a chiunque di continuare a scrivere del suo illustre “figlio” letterario. Muore Camilleri, muore Montalbano.

Uno stile quasi pirandelliano, e in fondo il “maestro” Andrea è pur sempre un agrigentino esattamente come Pirandello. Un siciliano, uno di quei siciliani, che sa come si possa uccidere senza ricorrere alla lupara, o a un più moderno mitra. Basta far crollare “il mito”.

Il resto lo ha fatto la serie tv, interpretata magistralmente da Luca Zingaretti e dagli altri co-protagonisti. Quel gioco di sguardi e di parole non dette, più di quelle dette. Oggi sui social serpeggia la delusione di tanti affezionati, tanti che da Montalbano s’aspettavano i fiori d’arancio con Livia. Così non è stato e pochi hanno fatto caso al resto dell’episodio. Pochi hanno notato come, ancora nel perfetto stile pirandelliano la storia principale, il metodo Catalanotti appunto, sia stata creata perché fosse invece il perfetto contorno alla “morte” di Montalbano. Tutto un gioco di cadaveri veri e finti, di un omicidio che omicidio non è, perché fu invece morte naturale. La sovrapposizione fra finzione e realtà, tra la vita reale e la recita che spesso diventa essa stessa vita reale. Perché in fondo siamo tutti “uno, nessuno e centomila”. Siamo maschere in un mondo che ci vuole e ci apprezza spesso solo quando appariamo come non siamo.

Non scrivo troppo in merito all’episodio, a beneficio di quanti non hanno letto il romanzo né visto la puntata. Ma il gioco usato da Camilleri è sottile e sfacciato. A tutti si mostra sin dalle prime battute come Salvo Montalbano stia per “morire”, o almeno come stia per morire metaforicamente il Montalbano che ci eravamo abituati a conoscere. Pochi lo capiscono.

Pochi comprendono che la morte del personaggio conosciuto inizia quando conosce la nuova dirigente pro-tempore della Polizia Scientifica e avvampato dai bollori di una vita in cui -forse- è stato sin troppo leale con tutti quanti lo conoscono inizia a trattar male anche i suoi amici e sottoposti, li butta fuori casa mentre insieme cenano perché sta per arrivare la sua nuova fiamma, mente a Mimì su una bottiglia di vino, lui che Mimì Augello ha sempre criticato per le sue avventure amorose extra coniugali. Mente loro spudoratamente anche mentre finge di indagare cercando in realtà soltanto di star vicino alla sua Antonia, ben interpretata da Greta Scarano. Eppure il primo cadavere ritrovato, proprio da Mimì Augello, si rivela essere un finto morto. Un indizio che Camilleri ha voluto dare ai suoi lettori: spesso la morte non è come ce la raccontano. Spesso è semplicemente l’inizio di una nuova vita. E poco importa se agli altri non piace.

Dicevo che Camilleri smonta il mito. E confermo. Fa di quel commissario integerrimo che mai avrebbe tradito i lettori e le vittime un uomo, un uomo che per una passione, forse l’ultima della sua vita tradisce la sua compagna storica, Livia (interpretata da Sonia Bergamasco), che sempre lo attende a Boccadasse, in terra ligure; tradisce, come detto, i suoi amici e colleghi, ma tradisce anche sé stesso, il suo essere poliziotto che mai potrebbe abbandonare al desiderio di giustizia le sue vittime. Nella sua dichiarazione d’amore ad Antonia infatti dice chiaramente che per lei, per stare con lei, sarà pronto a chiedere trasferimento, se necessario anche a lasciare la Polizia, tutto pur di star accanto a lei. Incurante anche di cosa volesse lei, la donna giovane tanto desiderata. Lei alla fine resta con lui, mentre il treno va via. Può sembrare una favola, è invece un dramma, una morte. Lei, Antonia, sceglie di scendere da quel treno (che è soprattutto metafora) per intraprendere la nuova vita con il “nuovo Salvo”. Un nuovo “Montalbano” di cui nessuno fra i lettori e gli spettatori, sentirà esigenza di avere notizia. Perché Montalbano, quello di sempre, è morto, ucciso dal “metodo Catalanotti”. Ucciso dal suo eterno papà, Andrea Camilleri.

Camilleri conclude così, descrive con le parole la scena vista, dedica versi a quel personaggio morto.

Parsiro non avirlo sintuto. Continuavano a taliarisi senza parlari. Stringennosi sempri cchiù forti le mano. Nisciuno dei dù sintiva la gana di lassari la presa.

Il treno accomenzò lentamenti a cataminarisi.

Loro non lo vittiro manco partiri.

Tutto ‘nzemmula s’attrovaro in un silenzio irreali, erano come chiusi dintra a ‘na bolla fora dallo spazio e fora dal tempo.

Lassaro la presa della baligia e di scatto s’attrovaro uno nelle vrazza dell’autro, in un abbrazzo convulso.

“E ora?” arriniscì ad addimannare Montalbano.

“Ora siamo qui”.

Il rogo che avvampò tutta notte

E che ti arse fino alla più fonda radice

Alla prima chiaria, si smorzò, perse impeto e vigoria,

mutò il suo rauco ruggire

in un balbettante crepitio.

Poi tacque, per sempre.

Era, lo sapevi, l’ultimo fuoco concessoti

dagli Dei nel tuo più che tardo autunno.

Non ce ne saranno altri.

Ma adesso basterà un Everest di cenere

Per seppellire questa manciata di braci

Che ancora si ostinano a bruciare?

“Era, lo sapevi, l’ultimo fuoco concessoti

dagli Dei nel tuo più che tardo autunno.”

Camilleri uccide Montalbano, l’autunno è ormai inoltrato. Nessuno sopravvive al mito se in fondo è -comunque- essere umano.

Luigi Asero

La giovane Livia, di alcune serie precedenti

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Mi piace ascoltare, non semplicemente sentire. Il dialogo non è "parlare" ma consentire alle anime di incontrarsi

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