di Luigi Asero

Si muore ogni giorno, silenziosamente. Si muore ovunque nel mondo, di suicidi, di guerre, di malasanità, di semplice destino avverso. Si muore mentre chi dovrebbe agire per il bene comune (che infelice espressione!) si limita a dialoghi fra sordi e minaccia, inveisce, accampa scuse. Tutto pur di non trovar soluzione a questo presunto “bene comune” che poi, ormai, non si capisce nemmeno bene cosa dovrebbe essere e come dovrebbe essere perseguito.

L’annunciata tregua in Siria, come previsto sulle nostre pagine, già vacilla. Anzi, a parte che nei titoloni dei giornali nostrani impegnati a pensare al Festival della Canzone e meno, decisamente meno, ad analizzare le notizie internazionali, in realtà non ha mai avuto basi solide. Intanto perché una tregua si stabilisce con le parti in causa e non a tavolino fra le parti impegnate a ridisegnarsi (e riassegnarsi) quei territori al termine (perché un termine prima o poi ci sarà) dell’ecatombe siriana.

Gli Stati Uniti (e chi altrimenti?) continuano a far la voce grossa con il presidente russo minacciando ed esigendo la caduta del presunto dittatore siriano Assad e accusano la Russia d’aver bombardato anche ospedali ad Aleppo. Peccato che nel giorno in cui gli ospedali sarebbero stati bombardati nessun aereo russo avesse svolto missioni in quella città, se non ad almeno 20 chilometri di distanza. Mentre due caccia USA avrebbero certamente colpito nove obbiettivi proprio in quella città. E peccato che gli stessi USA avrebbero distrutto per oltre mezzora un ospedale di Medici Senza Frontiere in Afghanistan pochi mesi fa. Ma si sa “ciò che val per te non vale per me”.

E peccato che a Damasco siano stati condotti bombardamenti contro posizioni civili e a condurli non sarebbero stati i perfidi russi quanto piuttosto i fidi alleati turchi. Sì, gli stessi che alla Russia hanno abbattuto un Mig provocando la morte dei due piloti.

E peccato anche che la Francia (quella di #jesuischarlie e quella del #bataclan) abbia chiesto alla Russia di cessare i bombardamenti a Raqqa, città siriana attualmente roccaforte dell’Isis.
L’Isis che a parole tutti vorrebbero combattere, il braccio armato di quello Stato Islamico che invece sembra (a giudicare dagli atteggiamenti) che tanti segretamente vorrebbero. Obbiettivo finale?
Azzardiamo una tragica ipotesi: forse l’obbiettivo finale di questa politica internazionale folle è “finire” un “lavoretto” iniziato da altri 77 anni fa. Forse, insomma, Israele ha più nemici di quanti possa immaginare. E con Israele il mondo intero, almeno il mondo dei popoli inermi.

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Mi piace ascoltare, non semplicemente sentire. Il dialogo non è "parlare" ma consentire alle anime di incontrarsi

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