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Archivio mensile 29/03/2020

I fondi per la didattica che gli insegnanti vogliono rifiutare in favore della Sanità. E non si può

Strane storie in questa nuova “era” in cui tutto è preso dal coronavirus. Strane storie che si intrecciano e che generano perplessità. Soprattutto nei diretti interessati che in questo caso sono quanti compongono il corpo docente.

Il fatto brevemente: il recente Decreto urgente “Cura Italia” ha destinato 85 milioni di euro alla didattica a distanza e all’acquisto di strumenti per gli alunni meno abbienti.

Di questi, come dichiarato dal ministro Azzolina “10 milioni potranno essere utilizzati dalle istituzioni scolastiche per favorire l’utilizzo di piattaforme e-learning e per dotarsi immediatamente di strumenti digitali utili per l’apprendimento a distanza, o per potenziare quelli già in loro possesso. Ponendo attenzione anche ai criteri di accessibilità per le ragazze e i ragazzi con disabilità… 5 milioni serviranno a formare il personale scolastico“.

Gli insegnanti e i presidi però, giustamente a nostro avviso, sebbene proprio loro per anni hanno atteso invano tali finanziamenti ritengono che in questo momento particolare del nostro amato Paese questi soldi andrebbero invece destinati a chi, più di tutti, ne ha bisogno: la Sanità. Sono tutti concordi nel dire che va bene destinare alle famiglie meno abbienti per gli strumenti indispensabili e per il pagamento delle utenze di connessione, ma chiedono che i fondi per gli insegnanti siano dirottati al settore sanitario.

Qui nascono i misteri della burocrazia: non si può.

Così nei giorni fa hanno lanciato diverse petizioni online sulle riviste di settore per far sentire la propria voce.

Per fare qualche esempio su La Tecnica della Scuola (link) sono ben 66 mila le firme raccolte a sostegno di questa giusta causa. In sole 36 ore ben 800 dirigenti scolastici, 41.500 docenti e 24.000 genitori hanno chiesto che stante le difficoltà evidenti a reperire sul mercato dispositivi tecnologici (tablet/notebook) in tempi utili allo scopo (didattica a distanza nelle prossimi settimane) e alle conseguenti complicate modalità di consegna, è quello di proporre l’assegnazione dei fondi, o di parte di essi, al comparto sanitario per le esigenze connesse all’emergenza in atto”.
“In un momento di terribile crisi sanitaria per il nostro paese e consapevoli degli sforzi che l’intero mondo della Sanità sta facendo per garantire livelli adeguati di assistenza medica – si legge nel testo dell’appello – chiediamo che i fondi destinati dal decreto Cura Italia (85 milioni) a potenziare la ‘didattica a distanza’ (dotazioni tecnologiche, inclusione, formazione del personale) possano essere destinati, se ritenuto necessario, al comparto sanitario per le esigenze connesse alla lotta contro l’epidemia in atto”.

“Tale iniziativa – concludono i promotori – restituisce comunque, anche alle famiglie dei nostri alunni, un messaggio educativo, di solidarietà e responsabilità collettiva, che resta ora e sempre uno dei principali obiettivi di ogni scuola”.

Il principio è per tutti lo stesso. Meglio rallentare e mantenere in vita tutto che risolvere con un’operazione “spot” un problema che giunti all’inizio di aprile non potrà salvare l’anno scolastico per come originariamente concepito. La didattica a distanza richiederebbe corsi e webinar per lo stesso personale docente e che ha durata di diversi mesi. Non in tempo per la fine dell’anno scolastico dunque. In aggiunta parecchi docenti sono già in possesso delle competenze digitali richieste che stanno operativamente mettendo in campo in questi giorni anche dopo aver seguito webinar e corsi gratuitamente messi a disposizione da varie agenzie o dagli animatori digitali dei propri istituti.

E allora perché non dirottare sulla Sanità una quota importante di  questi fondi? Gli insegnanti, tutti, stanno già facendo importanti sacrifici e sono disposti a farli senza chiedere nulla in cambio in questo momento di emergenza per tutti. È un senso di responsabilità cui tutti i cittadini siamo chiamati oggi. Anche il Governo, anche il ministro Azzolina di cui comprendiamo la buona volontà.

Ascoltiamo però gli insegnanti, il futuro lo costruiscono loro. Il presente lo stanno facendo gli operatori sanitari.

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Persone, non solo numeri. Alcune brevi storie di vittime del coronavirus

Parliamo ogni giorno di numeri, aridi, sterili. Sono numeri di vittime che -ormai è stato detto da tutti- muoiono da sole, senza familiari. Soli in un letto di terapia intensiva o di rianimazione. Qualcuno poco prima d’essere intubato è riuscito a mandare un ultimo messaggio ai familiari, capendo che potrebbe finire tutto lì. In quel letto. In una bara che nessuno vedrà se non il forno crematorio, sempre più spesso nemmeno quello della propria città.

I numeri sono drammatici, ma non rendono bene l’idea. Le persone non sono, non siamo, “numeri”. Siamo nomi e cognomi, affetti, vita vissuta (bene o male). Ma gli aridi numeri non rendono l’idea. Così proviamo a riepilogare almeno qualche storia, brevemente, per il poco che abbiamo potuto raccogliere. Per non dimenticare.

Mario D’Orfeo, 55 anni, arruolato nell’Arma dei Carabinieri nel 1983 era comandante della Stazione Carabinieri di Villanova d’Asti. Aveva lavorato anche al Nucleo Radiomobile. È una delle ultime vittime, si è spento questa mattina ad Asti, sarà conteggiato nel bilancio pomeridiano della Protezione Civile Nazionale. A Villanova era giunto nel 2015. Originario di Chieti lascia tre fratelli, uno di essi Carabiniere in pensione.

Adriano Trevisan, 77 anni. È toccato a lui essere il “primo”. La prima vittima italiana di coronavirus un tragico venerdì 21 febbraio, la sua morte annunciò all’Italia come il virus era ormai fra noi, letale. Adriano è morto all’ospedale di Schiavonia, era di Vo’ in provincia di Padova. Del paese Vanessa è stata sindaco in passato, di Adriano racconta la figlia Vanessa. Adriano di figli ne aveva tre e si godeva la loro crescita insieme all’amata moglie Linda. Ora che era pensionato era un nonno felice, Nicole e Leonardo hanno provato ad aspettarlo. Ma a Vo’, Adriano, da quell’ospedale in cui è rimasto una decina di giorni, non è tornato più.

Antonio Perin, di Villafranca Padovana, morto il 17 marzo. Appena tre mesi fa aveva pianto la perdita dell’amata moglie Maria Teresa andata via con un male incurabile. Adesso lascia il vuoto nei familiari. Una vita semplice, la famiglia cresciuta grazie al suo lavoro di rivendita di frutta ma anche una grande e incrollabile Fede in Dio. La sua compagnia negli ultimi giorni in ospedale.

Virgilio Venturi, 91 anni. Lui è la prima vittima a Badia Tedalda. Il 21 marzo si è spento all’ospedale di Arezzo. Era un amico per tutta la comunità dove si era mostrato sempre molto attivo e fatto voler bene da tutti.

Luciana Mangiò, 76 anni. Il 26 febbraio si è spenta nel trevigiano. Da anni era molto sofferente e isolata da tutti, con lei solo una badante dell’Est europeo. Poi il virus e il suo nome in cronaca. Così tanti si sono ricordati di lei. Lei che tanti ragazzi aveva curato durante gli anni in cui con amore aveva insegnato al liceo “Duca degli Abruzzi” di Treviso dall’inizio degli anni ’70. Luciana si era trasferita a Treviso per quel lavoro che amò, che la portò a lasciare la provincia di Messina di cui era originaria.

Teresa Bellomi Bignamini, 74 anni. Si è spenta il 3 marzo ed è la prima vittima del milanese. Si è spenta all’ospedale Sacco di Milano, vicino la sua Melegnano dove da tutti era conosciuta essendo una commerciante storica come storica è la panetteria che con il marito aveva aperto in paese. Che da alcuni anni è gestita dal figlio Alessandro. Anche il marito era ricoverato in gravi condizioni. Non siamo in grado di fornire però indicazioni in merito.

Gabriella Guerini, 74 anni. Si è spenta all’ospedale Garibaldi Nesima di Catania. Gabriella era molto nota a Catania, una lottatrice che si era esposta nella lotta al racket delle estorsioni, un simbolo e presidente storica dell’associazione “Antiracket Antiusura Etnea” di Sant’Agata Li Battiati.

Sono soltanto 6 nomi. Sei storie brevi. In rappresentanza delle (finora) 9.134 vittime italiane. E poi ci sono le vittime nel mondo. Chloe Middleton che è morta nel Regno Unito, sana, ad appena 21 anni in attesa dell’ “immunità di gregge” in un primo tempo invocata dal premier Johnson e c’è lo shock francese di Julie. Anch’essa sana, senza patologie. Morta ieri in Francia. A 16 anni

E poi ancora… Stefano, Maurizio, Maria Teresa, Laura, Andrea, Lucia Bosè, medici, operatori sanitari, lavoratori del 118, Vigili del Fuoco, pensionati, giovani, malati, sani. Non c’è più tempo neanche per le storie. E questo è il peggior danno di questo coronavirus-Covid19: ci sta togliendo anche l’identità. Nomi, volti, storie, età. Tutto in campi di terra enormi o in anonimi forni crematori. Intorno a tutto ciò lo smarrimento di chi resta senza neanche capire “perché”.

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Foto: il vescovo di Reggio Emilia-Guastalla
Massimo Camisasca benedice le tombe. (Stampa Reggiana)

Maria Rita Gismondo preoccupata: se il virus fosse mutato ancora? Troppi morti

Maria Rita Gismondo è preoccupata e non lo nasconde. Lei che per sua stessa ammissione aveva detto che “si tratta di una semplice influenza”. Mostra tutta la sua preoccupazione la direttrice del Laboratorio di Microbiologia Clinica Virologia e Diagnostica delle Bio-Emergenze dell’ospedale Sacco di Milano. Ricorda i principali passaggi nell’intervista telefonica di Paola Olgiati per l’agenzia di stampa Adnkronos. Tutto iniziò col 38 enne Mattia all’ospedale di Codogno, era il 21 febbraio, è passato un mese “sembra un anno”, dice la professoressa Gismondo. Descrive una guerra di camici in trincea contro un nemico invisibile che non fa distinguere più i giorni né la differenza fra giorno e notte chiusi nelle corsie, nelle terapie intensive, nelle rianimazioni. Stretti fra mascherine e dispositivi di protezione. Descrive quel che per lei stessa, esperta, è “un mondo che non conoscevamo”.

E ammette “Noi in realtà siamo preoccupati come tutti gli altri. Quello che prima non ci preoccupava e che io e altri virologi – come del resto l’Organizzazione mondiale della sanità – dicevamo sarebbe stato poco più grave di un’influenza. Adesso invece davanti ai numeri della Lombardia, siamo abbastanza attoniti e vogliamo capire di più“.

Che poi avverte, il Coronavirus (Covid-19 o meglio Sars-CoV-2) “potrebbe essere mutato” convergendo con il timore espresso dalla virologa Ilaria Capua, infatti afferma la Gismondo “In Lombardia c’è qualcosa che non comprendiamo. Si sono superati i morti della Cina in un’area infinitesimamente più piccola e in un tempo minore“. Che poi continua “sta succedendo qualcosa di strano […] c’è un’aggressività (del virus, NdA) che non si spiega. Le ipotesi possono essere tutte valide ma una è che il virus sia forse mutato”, in peggio.

Per questo, afferma ancora la professoressa Gismondo “lancio un appello alla comunità scientifica: uniamoci per capire – esorta la virologa – Se tutti ci mettiamo insieme e ne studiamo un pezzetto, probabilmente riusciremo a comprendere“.

Parole non rassicuranti, ma al momento le più giuste forse. Siamo di fronte a un nemico ancora sconosciuto che si evolve forse più rapidamente di noi.

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