Estate caldissima la nostra, ma chi scrive non può certo fermarsi (come per tanti altri mestieri) e infatti si scrive mentre non bastano ventilatori e bevande per dare sollievo. Ma è bello scrivere e in fondo non cambia nulla quindi… quindi andiamo avanti ed evitiamo di annoiare chi legge con amenità di vario genere.

Avete fatto caso che quest’anno non si chiama semplicemente caldo? No, quest’anno non avendo gli uragani americani (che hanno sempre nomi di donna, anche molto affascinanti ma che dopo aver distrutto tutto vanno via… sarà un caso chiamarli così?), allora dicevo che non avendo noi italiani gli uragani (e ci mancano solo quelli, dopo i politici che ci sono toccati!), allora abbiamo dato i nomi al caldo. Su di noi si sono abbattuti: Scipione, Caronte, Minosse, Circe… Certo, gli americani restano sempre avanti. Loro nomi affascinanti… noi… lasciam perdere.

Pochi giorni fa (rispetto ad ora che scrivo e non al momento in cui leggerete) guidavo e mi fermo in un rifornimento di carburante. In questa stazione di servizio trovo sempre persone di origine romena, di solito vado di fretta. Quel giorno avevo finito il mio giro, dovevo soltanto rientrare a casa. C’è un problema con il resto e così scendo dall’auto. Mentre uno di loro va a cambiare i soldi inizio a parlare con Roman. Mi racconta del suo viaggio verso l’Italia anni fa, della sua famiglia. Mi fa vedere la sua auto, usata. Comprata per 800 euro ma con tanti lavoretti da fare. Però lui è bravo, in Romania era proprio meccanico e così pian pianino se l’è sistemata e quest’anno, finalmente, prenderà la sua auto e tornerà al suo Paese per le ferie. È un viaggio lungo, gli chiedo perché in macchina. Mi spiega che lui abita in una cittadina, di cui non ricordo il nome, che si trova dall’altro lato della Romania. Un aereo non lo porterebbe a casa e non potrebbe portare tutti i giocattolini che vuol portare ai nipotini e al suo bimbo. E poi… lui la macchina l’ha comprata per questo in fondo. Abita vicino alla stazione di servizio, non ne avrebbe bisogno. Lui vive in Italia solo per crearsi un futuro domani in patria. Fa in Italia quello che gli italiani non farebbero. Rimanere anche di notte per assistere chi non sa usare il self. È messo in regola e questo lo aiuta a vivere senza problemi. Anche se temo che non prenderà quanto sarebbe giusto. Ma questa è un’altra storia.

Torno a casa, in macchina mi viene in mente un episodio dello scorso anno. Di Pasqua 2011 per l’esattezza. Mia cugina è venuta apposta dal nord per fare a Catania la sua Pasqua. Passeggiamo per via Etnea. Vicino piazza dell’Università tanti ragazzi stranieri sono lì, con le loro bancarelle improvvisate. Commerciano ninnoli e braccialetti, ventagli e cd. Inutile che spiego a voi che mi leggete, più catanesi e frequentatori di me del posto, cosa potete trovare.

Uno di questi, un ragazzo nero, sorride. Ci avviciniamo, mia cugina è curiosissima. Là dove lavora non ha mai tempo di fermarsi. Qui, con me, si ferma un po’ ovunque. Se sei bravo puoi venderle qualsiasi cosa. O magari non compra, ma si fermerà comunque. Anche con questo ragazzo iniziamo a parlare, viene dal Senegal. Aveva forse una laurea prima di venire in Italia, non ricordo bene… certo ci sapeva fare con il commercio. Forse era un medico nel suo Paese…

Decide di regalarmi un braccialetto. È una tattica, spesso fanno così in maniera che “ti sembra male” e compri qualcosa. Così è, mi sembra male e voglio comprare qualcosa.

Non ha voluto che comprassi nulla. Ricordo le sue parole: «no, te lo regalo perché abbiamo parlato un po’. Mi hai fatto sentire per qualche minuto una persona nel suo Paese. Prendilo, è solo un portafortuna per te».  Non seppi rispondere. Difficile rispondere. A volte basta poco per capire che non siamo diversi, che abbiamo tutti gli stessi bisogni. Solo, appunto, “diversamente uguali”.

Buon rientro a tutti, agosto è stato caldo, spero che il calore umano però non ci lasci mai… a partire da questo settembre.

Luigi Asero


Originariamente pubblicato sul numero di Settembre 2012 del free press “Catania è”

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Mi piace ascoltare, non semplicemente sentire. Il dialogo non è "parlare" ma consentire alle anime di incontrarsi

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