Tema di questo mese: la donna. Difficile tema, se non altro perché non è piacevole relegare un tema tanto importante per l’umanità a un solo mese. Ma ne scriviamo certi che la donna, in quanto essere umano prima di ogni altra considerazione, è inevitabilmente nei pensieri di tutti i giorni.

Purtroppo mentre l’8 marzo si celebra la “festa della donna” non è possibile tacere che questa ricorrenza è ormai soltanto una ghiotta occasione commerciale.

Occasione in cui l’uomo sfrutta, ancora una volta, il corpo delle donne per proclamarne l’ennesima mercificazione, troppo spesso non compresa. Festeggiandola.

Proviamo a ricordare intanto cosa si ricorda l’8 marzo, poi vedremo di comprendere cosa è rimasto nella memoria oggi. E quante colpe abbiano in questo le stesse donne.

Intanto va precisato che l’8 non è una “data assoluta” ma assolutamente simbolica. Il ricordo si rifà a un evento tragico accaduto negli USA ben 101 anni fa, quando decine di donne operaie perirono in un tragico incendio, esattamente il 25 marzo 1911.

Si racconta lavorassero in una fabbrica tessile in condizioni inimmaginabili e che dopo giorni di protesta furono chiuse a chiave e venne dato fuoco ai locali per punizione.

La vera storia ci dice che anche questa è una mistificazione dei fatti, operata dal movimento femminista dell’epoca. L’edificio era una specie di grande casermone in uso a varie fabbriche. Senza legislazione alcuna in materia di sicurezza del lavoro, senza un minimo di precauzioni. Ciò che avvenne è cosa ben diversa da ciò che si racconta.

La fabbrica tessile era situata ai piani superiori dell’edificio. Per circa 14 o 16 ore ore al giorno vi lavoravano donne, bambine, ragazze che così aiutavano le proprie famiglie a sopravvivere. Alcune erano immigrate clandestine, ma questa è un’altra storia…

Al secondo piano dello stesso edificio aveva sede invece una fabbrica di fiammiferi. Sì proprio quei fiammiferi fondamentali a dar luce e calore a quelle povere famiglie. Un incidente, l’esplosione di una miscela, diede inizio al furioso incendio che devastò l’intero immobile. Fra le vittime infatti si registrano anche parte degli operai e uno dei titolari della fabbrica di fiammiferi, mai citati forse per convenienza o forse perché ritenuti “veri colpevoli” dell’ecatombe. Comunque morirono anche diversi uomini, molti cercando scampo si lanciarono nel vuoto.

L’8 ha anche un significato esoterico, che ben si addice alla donna. È infatti “il simbolo dell’Infinito. Riflesso dello spirito nel mondo creato, dell’incommensurabile e dell’indefinibile. Indica l’incognito che segue alla perfezione, simboleggiata dal numero 7. Incita alla ricerca e alla scoperta della trascendenza. Infine essendo numero pari è formato dall’energia femminile e passiva”.

Oggi la donna è certamente emancipata, progredita, occupa talvolta ruoli non certo marginali della vita sociale, politica ed economica in questa società dei consumi. La donna è politica, poliziotta, medico, manager… ma è veramente “alla pari”? La risposta è un semplicissimo, quanto triste, NO. Non è alla pari.

Cosa rimane di quella donna che tutti siamo abituati a conoscere? Di quella donna che è mamma, sorella, amica, collega di lavoro o semplicemente vicina di casa o piuttosto quello sguardo sfuggente tra i veloci passi in galleria prima di prendere la Metro? La donna essenzialmente come persona quindi e non come “specie protetta” che già come espressione mi genera un senso di orrore.

Ecco il vero timore è che rimanga una “specie protetta”. Protetta da chi dovrebbe invece difenderla, curarla. Un brutto periodo questo. Periodo che con la crisi colpisce per prime le donne, accusate di voler essere anche mamme, accusate in qualche modo di togliere il lavoro agli uomini, semplicemente e atrocemente uccise in “femminicidi” di brutale infantilismo, nell’incapacità spesso di ammettere semplicemente la fine di una relazione…

Perché è discriminata quando è brutta (e talora quando è bella); perché è discriminata quando vorrebbe sposarsi; perché è discriminata quando attende ciò che dona futuro all’umanità: il suo bimbo; perché è discriminata quando percepisce lo stipendio; perché troppo spesso subisce ingiustificata e inopinata violenza fino alla sua uccisione; perché di quelle bambine a lavorare nelle fabbriche ancora ne vediamo troppe, quando –peggio- non le vediamo nelle strade o nell’organizzazione dei viaggi del sesso; perché è discriminata quando vuol dire la sua pacatamente. È discriminata, tout court, quando diventa la seconda scelta rispetto a una qualsiasi altra scelta.

Ma oggi, giunto il 2012, quali sono le “colpe” delle donne? Difficile aspetto questo, è complicato non urtare la sensibilità di nessuna donna, ma un discorso in qualche maniera obbiettivo richiede un’analisi completa e non una visione parziale dei fatti.

Intanto la prima colpa è quella di aver fatto dei movimenti una bandiera di diritti a volte incoerenti con le stesse aspettative. Inutile criticare certe tendenze maschili per poi imitarne in tutto e per tutto gli stessi difetti. Inutile decidere che l’8 marzo si festeggia fra sole donne in locali con il “macho-man” di turno. Esattamente come farebbe un uomo quando sceglie di trascorrere una serata in un locale con delle spogliarelliste.

Certo, “il corpo è mio e lo gestisco io” è stato forse lo slogan più d’effetto usato dai movimenti femministi degli anni ’70, ma possibile a tutt’oggi non rendersi conto che la cosa è stata abilmente sfruttata proprio dagli stessi uomini cui si voleva  dare una lezione? Non è forse sintomatico che ci siano donne che, in nome dello spettacolo e del successo, siano pronte a qualsiasi compromesso e ritengono stupide quelle altre donne (la maggioranza per la verità) che a compromessi invece –e giustamente- non scendono?

Ogni ricorrenza merita che si facciano gli auguri, che si mettano da parte per una volta le possibili riflessioni e ci si concentri soltanto sull’aspetto goliardico della festa. Ma in queste riflessioni non ci sarà alcun augurio invece. Non alla distruzione di interi alberi, non ai falsi sorrisi e auguri di chi comprerà 100 mazzetti uguali e si farà bello con 100 donne incontrate. Non ai sorrisi di queste cento donne che accetteranno, ancora una volta, di esser prese in giro. Forse perché un fiore ormai raramente viene donato se non per i “grandi eventi” o per “le grandi scuse”…

Semplicemente perché non voglio dire “auguri” a nessuna donna. Perché un giorno non ci sia più bisogno di ricordare le “donne” con un giorno ben preciso, perché quel giorno le donne siano realmente accanto a noi in ogni giorno della vita. Senza pregiudizi e senza patemi. Così… perché è bello che il mondo appartiene a tutti noi e sia veramente gestito insieme.


Questo è l’editoriale dedicato alle donne e pubblicato sul numero di marzo di Catania è, free press reperibile in vari punti di distribuzione a Catania. 
L’intero numero di “Catania è” si può sfogliare online all’indirizzo: http://it.calameo.com/read/001226519538cea58b1ce?editLinks=1  (articolo in pagine centrali 15 e 16). 

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Mi piace ascoltare, non semplicemente sentire. Il dialogo non è "parlare" ma consentire alle anime di incontrarsi

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